di IRENE PANIGHETTI

«Noi, mamme in lotta ogni giorno: così proviamo a farcela»

Le storie 20 dic 2022
Luisa BianchiPaola MazzardiStefania PistoniTatiana IabangiAnna Frattini Luisa BianchiPaola MazzardiStefania PistoniTatiana IabangiAnna Frattini

La denatalità è la caratteristica sempre più diffusa nella società italiana (ed occidentale in generale) dove, anche le donne di origine straniera hanno iniziato a fare meno figli e ad allinearsi alla situazione delle native italiane, a differenza di un tempo, quando invece erano proprio loro a correggere verso il segno più un trend dal netto segno meno. Del resto i motivi per non mettere al mondo nuove creature sarebbero anche molti e fondati: e a volte pare più che altro difficile e complicato trovare i motivi opposti per affrontare la sfida, entusiasmante ma che impegna per tutta la vita, di diventare madri (e padri). Per incentivare la volontà di diventare genitori servono politiche precise, di sostegno strutturale e non una tantum, servono servizi come asili se non gratuiti comunque alla portata di tutti gli stipendi, anche di quelli più risicati; e poi servono diritti uguali per tutti, occorre superare le discriminazioni di genere e di ogni altra natura. Insomma, serve un welfare state ben diverso da quello italiano, eppure, anche in tale contesto, nel nostro Paese ci sono ancora oggi donne, giovani e meno giovani, che vogliono mettere al mondo una creatura, spesso a tutti i costi, lottando contro ostacoli biologici, economici, sociali e pure affettivi. Lo dimostrano le cinque donne che hanno raccontato a Bresciaoggi la loro esperienza nel divenire madri, in termini di servizi, disservizi, opportunità o carenze sia durante la gravidanza, sia dopo.

Anna Frattini, trentenne divenuta mamma da pochi mesi, è convinta che «con questa tematica una donna debba fare i conti, prima o poi: io una maternità non la escludevo ma nemmeno la cercavo con ossessione, così quando è arrivata, l’ho affrontata con serenità. Un aspetto che mi è piaciuto molto è l’essere seguita con cura e attenzioni sin da subito: l’ostetrica del consultorio è venuta a casa e mi ha spiegato aspetti che all’ospedale non erano stati trattati con la dovuta precisione, oltre a farmi sentire la sua vicinanza anche dopo i primi giorni. Mi sono sentita presa in carico bene». Ma Anna Frattini riconosce anche molti aspetti che sono ancora molto critici: «Brescia è una città per certi versi molto attenta e sviluppata: è ottima l’idea del passaporto culturale per andare ai musei con il bebé, peccato però che la città non sia affatto a misura di passeggino o carrozzina da disabile. Chi non cammina su due gambe trova tantissime barriere architettoniche, quindi c’è bisogno di ripensare davvero una soluzione per quello che riguarda il modello urbano. Anche per quel che concerne i posti per allattare ho saputo da poco che alcune biblioteche offrono spazi appositi, ma servirebbe rendere nota e capillare questa informazione». A tutto questo si aggiunge un tema che è caro, in tutti sensi, ad ogni genitore: quello dell’asilo nido: «Adesso la bimba è ancora troppo piccola, in ogni caso i nidi sono davvero troppo cari! Ci possono dare un po’ un aiuto i nonni: è vero che sono le colonne portanti della società, ma non va bene che tutto si appoggi su di loro. Sarebbe meglio avere un welfare diverso, per esempio un congedo di paternità degno di tale nome. Invece ad oggi sono sempre e solo le donne a vivere la condizione più difficile e a non riuscire, spesso, a conciliare i tempi della vita con quelli del lavoro».

Paola Mazzardi, 34 anni e madre di due bimbe di 2 e 6 anni, ha percepito di essere «diversa nel momento in cui sono diventata mamma: ero l’unica tra tanti amici coetanei, sembravo quasi una mosca bianca e a volte mi sentivo a disagio. Al ristornate, nelle uscite con gli amici, ero l’unica con il figlio al seguito e in molti locali i bambini piccoli non sono ben visti. Poi sono andata oltre a questa sensazione e, soprattutto grazie alla nascita della seconda figlia, ho imparato a non farci caso». Per quel che riguarda l’asilo nido Mazzardi e famiglia non ne hanno usufruito «perché gli orari non erano comodi per noi e ci siamo organizzati io e mio marito. Le difficoltà non mancano e ci vuole molta energia, ma lo rifarei, eccome, anzi, vorrei un terzo figlio!».

Chi invece non ne farebbe un secondo è Luisa Bianchi, 41 anni, con un figlio di 4 anni e mezzo e un lavoro da postina: «Devo dire che è faticoso e, anche se la presenza di un compagno o un marito può essere di aiuto, quando il bebé è piccolo piccolo non serve a molto: siamo noi donne che dobbiamo fare tutto, così come siamo noi a dover affrontare il momento del parto. Per me è stato un parto difficile e mi sono spaventata, anche se alla fine è andato tutto bene. Una volta terminato il mio congedo di maternità ho preso una baby sitter perché i nonni, pur facendo i salti mortali per esserci, non ce la fanno a fare tutto e poi hanno una loro vita».

Chi ha voluto con tutte le sue forze diventare madre, anche da sola perché «non ho trovato l’uomo giusto», come spiega lei stessa, è Stefania Pistoni, 48 anni, madre di un bimbo di 3 anni che ha desiderato e realizzato, con tenacia, sofferenza e disagi, quali derivanti dalle inseminazioni artificiali. Percorsi clinici che ha dovuto fare all’estero, poiché in Italia, ancora e purtroppo, una donna single non ne ha diritto: «Si tratta di cure costose, molto scomode da fare, ma ho fatto di tutto pur di avere un figlio e non volevo farlo con un uomo che non era quello per me: lui non è arrivato ma io il figlio lo volevo e l’ho fatto – ammette Pistoni, che lavora come Oss all’ospedale Civile di Brescia –. Sono andata in maternità anticipata e quando è nato per un po’ ho goduto di un nido convenzionato con l’ospedale, quindi spendendo poco meno di 300 euro. Ma adesso la convenzione non c’è più e, con 1200 euro di stipendio, per pagare una retta di 700 euro al mese, ho dovuto chiedere un prestito. Un ospedale come il nostro dovrebbe avere un nido interno, ma in Italia non siamo ancora così avanti…»

Anche Tatiana Iabangi, di origini moldave e a Brescia dal 2010, voleva un figlio a tutti i costi: «Con mio marito ci abbiamo provato tanto, ma, dato che non veniva, ho provato con le stimolazioni ormonali, due volte a Parma e una Milano, ma non è servito a nulla. Quando ormai ci avevo rinunciato è successo il miracolo e ora ha la mia piccola di 3 anni». Tatiana Iabangi con i percorsi medici non si è trovata sempre bene: «A Milano mi trattavano come se fossi soltanto un numero, mentre al consultorio di Brescia, una volta incinta, mi sono sentita accudita, le ostetriche sono bravissime. Per quel che riguarda il lavoro sono stata fortunata perché sono colf part time e il mio datore mi ha sempre permesso di portare con me la bimba». Insomma, percorsi diversi e faticosi, ma alla fine con coraggio e determinazione loro ce l’hanno fatta.

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