Discariche, ora serve un cambio di passo

08 set 2021
Le discariche stanno andando a esaurimento:  serve maggiore consapevolezza nel ciclo dei rifiuti Le discariche stanno andando a esaurimento: serve maggiore consapevolezza nel ciclo dei rifiuti

Le discariche italiane hanno gli anni contati. Entro il 2025 le enormi voragini in cui ancora vengono conferite grandi quantità di rifiuti urbani e speciali esauriranno la propria capacità residua e non saranno più in grado di far fronte agli attuali volumi di smaltimento nazionale (circa 17,5 milioni di tonnellate annue, qualcosa come 26 volte la dimensione del Duomo di Milano). Si prospetta perciò la necessità di un cambio di passo generale, di visione strategica e di pianificazione, che porti dapprima il decisore politico-istituzionale e di conseguenza le imprese private a considerare prioritario lo sviluppo di soluzioni alternative volte a favorire la transizione ecologica e l'economia circolare. Per cambiare rotta e salvaguardare il pianeta servono dunque un cambio di mentalità, regolamenti più chiari sulle attività eco-compatibili e importanti investimenti infrastrutturali.

È ciò che in sintesi emerge con chiarezza dallo studio sul ciclo dei rifiuti e sul fabbisogno impiantistico redatto dal Gruppo A2A in collaborazione con The European House - Ambrosetti, presentato in anteprima la scorsa settimana al Forum economico di Cernobbio e diffuso con l'intento sia segnalare il gap che divide la Penisola dai partner europei più virtuosi in materia di riciclo e recupero energetico sia di quantificare le indispensabili azioni pubblico-private volte a ridurre tale divario. L'obiettivo primario, rammentato dal presidente di A2A Marco Patuano e dall’amministratore delegato Renato Mazzoncini, riguarda il raggiungimento di una percentuale di rifiuti urbani da conferire in discarica uguale o inferiore al 10% (nel 2019 l'Italia si è attestata al 20,9%) e l'imitazione di Paesi capofila quali Germania, Belgio, Svezia e Danimarca, i quali in media ricorrono alle discariche soltanto per lo 0,7% dei rifiuti prodotti. «L’unica via d'uscita sta nel raccogliere e rendere trattabile tutta la qualità di rifiuti potenzialmente riciclabili, recuperando materia attraverso il compost ed energia tramite la produzione di biogas», sottolinea Patuano, auspicando un investimento complessivo tra il miliardo e il miliardo e 300 mila euro per incrementare del 50% (sino a 3,2 milioni di tonnellate) il recupero degli attuali volumi della frazione organica del rifiuto solido urbano. «Ciò è possibile — ha ricordato Patuano — solo realizzando tra i 31 e i 38 nuovi impianti di trattamento, nell’80% dei casi al centro-sud, ovvero dove si registrano le maggiori carenze».

Secondo A2A la purificazione del biogas porterebbe alla produzione di 768 milioni di metri cubi di biometano, alleato fondamentale nel processo di decarbonizzazione. Uguale impegno è richiesto da A2A nella trasformazione in energia della quota di rifiuti urbani non riciclabile: l'Italia è al 19,6% contro il 45% degli Stati europei best performer. Per smaltire ulteriori 3,1 milioni di tonnellate la multiutility stima necessaria la costruzione di altri 6/7 termoutilizzatori per mezzo di un investimento che oscilla tra i 2 e i 2,5 miliardi di euro. L'analisi indica infine in 700 milioni la spesa utile per creare energia dal recupero di 2,4 milioni di tonnellate di fanghi di depurazione. «Bisogna agire con tempestività: i privati sono pronti a mettere risorse a disposizione. Al Governo chiediamo chiarezza normativa e fondi di garanzia a tutela dal rischio. Ai cittadini di abbandonare l’approccio Nimby e non credere ai falsi miti: i termoutilizzatori sono più sicuri e meno inquinanti delle discariche a cielo aperto», ha puntualizzato Mazzoncini. •.

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